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Siouxsie and the Banshees – The Scream (UK, 1978)

the Scream è il primo album in studio di Siouxsie and the Banshees e uscito nel novembre del 1978. E’ considerato un lavoro pionieristico del post-punk, innovativo, un capolavoro. il lavoro nasce nella periferia di Londra dove c’era, e c’è, molta angoscia e quindi molto tempo per dare spazio all’immaginazione. Più o meno quasi tutti i brani sono stati costruiti con un ritmo guidato dal basso ringhiante, echi di batteria che segue percussiva e martellante, di chitarre tagliente, e la voce di Siouxsie lontana, scura e prominente.
the Scream, il grido sott’acqua come da copertina che esprime un oppressione, nella vita, qualcosa di cui non poter urlare. I punti di riferimento per i testi sono James Ballard e William Burroughs. lo stato d’animo dei testi si riflette perfettamente nella musica che viene fuori, irrequietezza aggressività, inquietudine. Parola e musica giusta coesione di un immaginario freddo con spazi glaciali. Siouxsie diventò un’icona già da prima di entrare in questa band: infatti, ai concerti di musica punk, si vestiva ispirandosi allo stile glamour, fetish, bondage dando così origine alla moda gotica col suo trucco. Una che ha saputo osare.
L’album inizia con Pure, brano che spiazza, assente di batteria, dal tema inquietante, con svisate di chitarra, e da lontano la voce di Siuouxsie lamentosa. Poi Jigsaw Feeling, ecco che si forma l’idea del post-punk, brano incalzante ma dall’animo scuro. Della stessa idea, ma più lento e cadenzato Overground. Segue Carcass che, benché il titolo, qui fa respirare un’aria di musicale più ottimistica, nonostante le parole di Siouxsie. Poi Helter Skelter spiazza tutti, perché fanno della canzone dei Beatles una cover allucinante e inaspettata, “indarkata” quanto basta dall’intro della chitarra grattata di John McGeoch, ma poi dalla resa post-punk. Bella Mirage che al loro stile aggiunge una chitarra ritmica acustica che addolcisce il disco. Metal Postcard (Mittegeisen) è l’emblema del goth con quel passo cadenzato, canzone ispirata dal collage fotografico dell’artista tedesco antinazista John Heartfield che riprese una famiglia che, essendo finito il burro, mangiava pezzi di metallo, il cui avrebbe reso più forte la nazione. Seguono Nicotine Stain, Suburban Relapse e la finale Switch, resa ancor più malinconica dall’aggiunta di un sassofono e dal testo, contro scienziati e vicari nello sfruttare psicofisicamente come cavie le persone. Nell’edizione deluxe è presente anche Hong Kong Garden, il primo singolo dei Siouxsie And The Banshees che li portò al successo, nonostante il testo controverso.

Siouxsie and the Banshees – Metal Postcard

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The Psychedelic Furs – Made Of Rain (UK, 2020)


Ho conosciuto i Psychedelic Furs più o meno a metà degli anni 80 quando in tv vidi per la prima volta il loro video di “Heaven”, bellissima canzone, contenuta in “Mirror Moves” (e che oltre quella conteneva anche le bellissime “The Ghost In You” e “My Time”), che mi piacque così tanto che andai a comprare il vinile. Poi andai a ritroso nella loro discografia e ascoltai tutti i loro album precedenti e ne rimasi veramente estasiato. Adesso ritornano nella scena musicale dopo 19 anni dall’ultima pubblicazione, “World Outside” (dopo che si erano presi una pausa nei primi anni ’90, con i due fratelli Butler che nel frattempo avevano fondato una nuova band “Love Spit Love”). Poi nel 2000, riformatisi, ripresero a suonare dal vivo pubblicando nel 2001 un album live.

Fa piacere vederli nuovamente in scena, perché meritano di essere sempre sulla cresta dell’onda e perché sono da sempre stati degli ottimi musicisti, con la voce graffiante e inconfondibile del leader Richard Butler; per me è (lo è sempre stata) una delle migliori band inglesi degli anni 80.
Questo nuovo album “Made Of Rain”, riprende sicuramente le atmosfere dei loro primi dischi ma lo ricoprono ancor di più di venature decadenti e melanconiche. Con l’iniziale e incalzante “The Boy That Invented Rock’n’Roll” i 5 riprendono quelle sonorità che avevano abbandonato nei primi anni ’80. Di stesso avviso è la seguente “Don’t Believe”, uscita come singolo a gennaio, dove Richard canta le sue liriche con l’intento di far riflettere sul credere in se stessi, negli altri, o in Dio. “You’ll Be Mine” invece parla della morte, del non preoccuparsi di cosa succede intorno, perché prima o poi questo non ci sarà più, e noi non saremo più di questa terra. E così via scorre il disco, con il resto delle canzoni che non sono altro che delle riflessioni, sulla vita, sulle decisioni prese, giuste o sbagliate, riviste col senno di poi, sui rapporti, sulle droghe (“Hide The Medicine”) e sulla morte. Davvero un bel disco, non all’altezza dei primi album ma con diverse canzoni che resteranno nel nostro cuore come loro sanno fare.

Grazie Richard, grazie ‘pellicce psichedeliche’ per essere tornati.

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Questo è l’altro singolo “No One” uscito ad aprile :

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The Sound – Jeopardy (UK, 1980)

Quarant’anni fa, il 1° novembre 1980, veniva pubblicato “Jeopardy”, il primo l’album della band post-punk inglese The Sound. Anche se è stato un flop nelle vendite, è stato acclamato dalla critica inglese. L’album, influenzato dalla scena punk e dalle band new-wave del periodo, sforna alcuni brani veloci e urlati dal leader Adrian Borland, (“I Can’t Escape Myself” che parte lenta, in progressione, ma poi esplode, “Heartland”, “Heyday”, “Resistance”), e altri più riflessivi e oscuri (“Hour Of Need”, “Jeopardy”, “Night Versus Day”, “Desire” posta perfettamente in chiusura dell’album che ti lascia la voglia di rimettere dall’inizio il disco…) che ne sanciscono la grande vena di scrittura di Borland e company.

Qui di seguito “I Can’t Escape Myself”, brano di apertura dell’album:

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